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Visualizzazione post con etichetta felicità. Mostra tutti i post
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A Pensar bene si Vive meglio!

scritto da Andrea Vitali 20/09/10 2 commenti




Pensare bene fa bene.
O quanto meno "evita un sacco di preoccupazioni", citando Kipling.

Uno studio americano pubblicato di recente conferma questa consapevolezza, propria di molte discipline Olistiche e testimoniata dalla vita di molti personaggi eccellenti nel corso della storia dell'umanità.

Lo studio mette in evidenza gli effetti benefici di un atteggiamento positivo nei confronti degli altri e, al contrario, la 'sfortuna' in cui incappa chi sistematicamente proietta sugli altri diffidenza e maldicenza.

Riportiamo di seguito l'articolo apparso sul Corriere della Sera.


A PENSAR BENE SI VIVE MEGLIO!

Vi sforzate di vedere positivamente gli altri e cercate di mettere in buona luce le persone con cui avete a che fare? Dalla ricerca scientifica eccovi finalmente arrivare un riconoscimento: chi ha questo approccio positivo è una persona più stabile emotivamente e anche più felice. Al contrario, chi tende a vedere gli altri negativamente, e a parlarne male, in realtà giudica negativamente se stesso.
Infatti, le modalità con cui vengono percepiti gli altri indicano più come è fatto chi osserva che chi è osservato.
È questa la conclusione di una ricerca realizzata da tre psicologi americani, guidati da Dustin Wood della Wake Forest University, e pubblicata di recente sul Journal of Personality and Social Psychology.
La percezione che si ha degli altri rivela, dunque, molto della personalità di chi li percepisce, confermando una visione che la saggezza del Talmud, uno degli antichi testi sacri dell'ebraismo, aveva intuito e sintetizzato con le seguenti parole: "Noi non vediamo il mondo come è, vediamo il mondo come noi siamo"


LO STUDIO

La ricerca americana ha seguito una complessa metodologia basata su tre differenti studi, ma, in sostanza, gli psicologi autori del lavoro hanno chiesto a un gruppo di studenti di college di esprimere una valutazione su alcune caratteristiche di altri studenti che già conoscevano.

"In ogni studio abbiamo rilevato l'esistenza di una relazione regolare fra determinati tratti di personalità e la percezione delle caratteristiche altrui" scrivono gli autori dello studio. "Chi percepiva gli altri positivamente — spiegano gli psicologi — era più gioviale e tendenzialmente con un’indole più amichevole; chi 'pensava bene' degli altri risultava, inoltre, maggiormente soddisfatto della propria vita. E, non a caso, forse, chi stimava gli altri era anche più apprezzato dalle persone del gruppo osservato".

Secondo le rilevazioni degli psicologi, poi, tra gli studenti 'ottimisti', come era peraltro prevedibile, erano presenti meno persone che soffrivano di disturbi di personalità, depressione, o con attitudini antisociali.
La positività nel valutare i conoscenti — ci dicono inoltre i ricercatori, ed è interessante sottolinearlo — non è affatto una semplice proiezione su di loro delle buone qualità presenti nell'osservatore. In nessuna delle tre ricerche, infatti, gli osservatori valutati come estroversi hanno trovato i conoscenti particolarmente estroversi; piuttosto, hanno individuato in loro altri tipi di caratteristiche positive.
Si tratta, dunque, — sottolineano gli psicologi della Wake Forest University — proprio di un modo di percepire gli altri, che è influenzato da come si è, senza risultare però una semplice proiezione del proprio modo di essere. Naturalmente, tutto questo è confermato dal fatto che chi vede coloro che lo circondano in modo negativo, tende ad avere a sua volta tratti di personalità negativi, come depressione, narcisismo, comportamento antisociale. "Se da una parte sembra assodato che le persone che vedono gli altri più positivamente sono più felici e possono anche contare su un miglior equilibrio mentale, — aggiunge il professor Dustin Wood — il grande interrogativo che resta aperto, e che sfortunatamente non è stato esplorato dalla nostra ricerca, è come indurre chi è negativo nei confronti degli altri ad assumere un atteggiamento più positivo verso il prossimo".


OTTIMISMO E INGENUITÀ
 
Alla fin fine, tuttavia, c'è anche da dire che probabilmente nessuno vorrebbe diventare troppo ottimista nei rapporti con gli altri: una simile posizione, infatti, esporrebbe a un eccessivo abbassamento della guardia nei confronti di un mondo che non è mai tutto rose e fiori.
"Anche se la mia ricerca non era indirizzata esplicitamente ai possibili lati negativi dell'eccessivo ottimismo — ci chiarisce il professor Wood — esistono buoni motivi per pensare che tali lati negativi possano esistere. Credo che, di norma, sia una buona cosa immaginare gli altri come persone affidabili e dotate di caratteristiche positive".
Bisogna, tuttavia, anche essere capaci, di tanto in tanto, di capire quando abbiamo attorno persone che sono invece inaffidabili e anche potenzialmente pericolose, perché anche questo è un aspetto della realtà. "Riuscire a cogliere queste situazioni, — prosegue lo psicologo americano — e di conseguenza chiudersi in se stessi, o sottrarsi al contatto con queste persone realmente inaffidabili, può essere importante per evitare danni e pericoli". "Di norma, comunque, — conclude Wood — la lezione che si può trarre da questa mia ricerca indica che, nella maggior parte delle situazioni, focalizzare la propria attenzione sugli attributi positivi delle persone che ci circondano porta solo benefici".

La terapia del sorriso

scritto da Andrea Vitali 28/04/10 1 commenti

Un articolo de: 
La Repubblica.


L'immagine è tratta da questo Blog
Una risata al giorno fa bene alla salute. 
Ridere:
- abbassa la pressione, 
- riduce lo stress, 
- stimola l'appetito,
- mette in moto il sistema immunitario. 

Il pioniere della riso-terapia 

I più avanzati esami di laboratorio confermano oggi che quello che Norman Cousins aveva intuito all'inizio degli anni '70. 
Il direttore di molti giornali e pacifista americano era bersagliato da innumerevoli e variegate malattie. Quando il medico gli diagnosticò una grave patologia al cuore, lui si autoprescrisse una terapia a base di film dei fratelli Marx. "Dieci minuti di risate mi permettevano di dormire senza dolori per un paio d'ore. Quando l'effetto si esauriva, riaccendevo la tv" usava raccontare. Più che per la medaglia della pace delle Nazioni Unite vinta nel 1971, oggi Cousins è ricordato come il padre della riso-terapia. E a lui, afflitto da una dolorosa malattia reumatica di origine autoimmune, i medici riuniti al congresso della Società di biologia sperimentale americana hanno dedicato un ricordo e una risata, ricordando come sganasciarsi attivi il sistema immunitario, combattendo le patologie infettive da un lato e alleviando le malattie autoimmuni dall'altro.





Lo studio della Loma Linda University

Se Cousins era arrivato alle sue conclusioni solo con l'intuito, i medici della Loma Linda University in California hanno optato per un metodo più scientifico, arruolando una ventina di volontari e - anziché sottoporli a trattamenti e farmaci sperimentali come capita sempre a chi accetta di farsi arruolare in un trial clinico - li hanno messi a guardare un film o vari sketch comici, scelti da loro stessi. L'esperimento è durato tre settimane, con frammenti di commedie da venti minuti ciascuno "somministrati" tutti i giorni. Prima e dopo il controllo, i medici effettuavano gli esami del sangue, confrontandoli con quelli eseguiti dopo aver visto film ansiogeni o tristi come "Salvate il soldato Ryan".   


Effetti della riso-terapia sul metabolismo

100 anni...e un sorriso smagliante!
Lee Berk, lo specialista in medicina preventiva che ha condotto gli studi, ha osservato nei pazienti "trattati" con risate sonore e prolungate - tutte persone a rischio diabete e con un livello eccessivo di grassi nel sangue - un miglioramento dell'equilibrio ormonale. Cortisolo ed epinefrina (due sostanze che aumentano nei periodi di stress) si erano abbassate. Una risata al giorno ha fatto anche diminuire il livello della leptina e crescere quello della grelina, con l'effetto di un miglioramento dell'appetito
Se questo effetto secondario del ridere può essere sconsigliato agli obesi, ha sottolineato Berk, l'ilarità diventa un alleato importante per le persone sottoposte a chemioterapia, ricoverate per lunghi periodi o depresse dopo un lutto. L'effetto dei film comici sugli esami del sangue si apprezza anche nel livello di colesterolo: l'équipe californiana ha notato una riduzione di quello cattivo. 


Si abbassano anche i livelli di tutte quelle proteine che indicano uno stato di infiammazione del sistema cardiovascolare e sono associate al rischio di arteriosclerosi. Tutti questi effetti benefici, insieme alla regolarizzazione della pressione sanguigna e al miglioramento del tono generale dell'umore, hanno fatto concludere ai medici americani che una risata prolungata e sonora equivale a una sessione di sport. "Ridere - ha spiegato Berk nella sua presentazione - ha l'effetto di modulare molti aspetti della salute umana e la risposta dell'organismo a un riso prolungato è analoga alla risposta che si ha dopo un'attività fisica moderata, aumento di appetito incluso". Ma se ormai nessuno dubita più del fatto che il riso sia un'ottima medicina, lo specialista californiano ora vuole estendere i suoi studi anche agli effetti benefici dell'ascoltare musica o del cantare.





  

Riflettere (sul)la Felicità

scritto da BRUNIVERSO 21/03/10 0 commenti


Gli economisti hanno considerato per anni la felicità come qualcosa che si potesse comprare: dopo la rivoluzione industriale l'accaparrarsi beni primari e, ancor di più, beni secondari è stato considerato un mezzo per il raggiungimento di un benessere psicofisico
Quando poi a metà del secolo scorso (XX°) c'è stata la rivoluzione dei consumi, “tutti” siamo passati dal'essere consumatori all' essere iperconsumatori, dall'avere ciò che occorre per il sostentamento all' “avere sempre di più” o a desiderare d'averlo. 

L'uomo ritorna ad essere cacciatore, ma questa volta va a caccia di esperienze emotive, di benessere, di marche e 'autenticità'. Ognuno di noi si sarà trovato a pensare che ottenendo quell'oggetto materiale sarebbe stato più felice. In realtà diversi studi sulla correlazione tra felicità e prosperità hanno verificato come oltre un certo reddito la felicità può addirittura diminuire. 

Quindi la felicità non è direttamente prodotta dal benessere materiale, non può esserne una conseguenza così semplicistica, benché pubblicità e marketing vorrebbero ingannarci a riguardo per un loro fine puramente economico. 

Negli anni 90 due grandi scoperte sulla ricerca della felicità mettono in crisi la comunità degli psicologi: 
1- La felicità è in forte relazione coi geni 
2- La felicità ha una debole relazione con l'ambiente
 
Seppur occorre considerare che geni e ambiente sono in relazione tra loro e che quindi indirettamente la nostra felicità è condizionata dagli ambienti (anche emotivi e mentali) che frequentiamo.
La felicità è comunque un concetto relativo, più avanti ne vedremo i paradossi, per ora basta dire che la “felicità è uno stato soggettivo, più che una condizione oggettiva." Da un certo punto di vista, la cosa è ovvia: non solo ci si sente felici, ma si è felici se ci si sente tali.
Possiamo probabilmente identificare la felicità con la realizzazione di se stessi, ma proprio perchè questa realizzazione non è mai compiuta, bensì prosegue continuamente, anche la felicità non è uno stato stabile. 

Arriviamo a considerare quindi come il progetto di essere felici si scontri con tre paradossi, così come li ha indicati Pascal Bruckner
- La felicità è un oggetto talmente fluido che finisce per confondere. Questo è il motivo per cui genera sia angoscia che seduzione, in sostanza non siamo mai del tutto convinti di essere felici. 
-La felicità finisce nella noia e nell'apatia appena la si realizza. E' necessario riflettere sul fatto che molto tempo fa il concetto di felicità non veniva considerato, è iniziata una “preoccupazione della felicità” con l'avvento della “banalità”. 
- La felicità elude la sofferenza al punto da non saperla fronteggiare. Cercando di eliminare il dolore senza comprenderlo, lo si reinstalla da qualche altra parte, anche nella comunità. 

E' quindi inutile parlare di felicità? Ancor di più aspirare a raggiungerla? Certamente no.
Intanto comprendiamo bene che i media tradizionali e la pubblicità danno spettacolo di voluttà e spumeggiante felicità, ma io spettatore, consumatore posso ottenerla solo se compro questo, se faccio quello, se mi circondo di gadjet, se gioco il loro gioco. Già S. Agostino diceva che la ricerca della felicità per l'uomo sarebbe stata inconcepibile se in qualche modo non l'avesse già incontrata. Quindi bisogna capire che noi “siamo la felicità” fin dalla nascita, tutto ciò che non ci rende felici sono soltanto 'distrazioni' della nostra anima (responsabilità, carattere). 

Quando non siamo felici è nostro dovere comprendere 'perché' e comprendere che “la responsabilità va ricercata nella nostra personale inadeguatezza” agli eventi che per loro natura si presentano a noi con una domanda non certo con delle risposte,ancor meno con delle certezze. Quali certezze? La certezza di essere sicuri in primo luogo: “L'insicurezza è divenuta una categoria diffusa nella ricerca sociologica e politica, perché è diventata mero strumento di manipolazione ideologica.” 
Ciò vuol dire che non siamo noi, o almeno non del tutto, ma è nell'insieme che il sistema politico ed economico concorrono a questo stato perenne di insoddisfazione. Perchè avviene questo? Perché così consumiamo, ma se capiamo che iperconsumiamo per sopperire a bisogni indotti potremmo riappropriarci della nostra sicurezza della nostra felicità.
Giulietto Chiesa, anche europarlamentare, sostiene che solo il 25% delle sollecitazioni mandate dalla tv sono di tipo “informativo”, il resto è pubblicità e varietà. Se ci sottopiamo continuamente a influenze di questo tipo è normale che i nostri pensieri non possono “felicitarsi” di esplorare nuovi interessi, nuove modalità di vita. 

La certezza va ricerca dentro se stessi e in relazione con gli altri
Occorre avere una fondata fiducia in se stessi. Avere fiducia in se stessi è molto diverso dall'essere delle persone eccellenti, significa qualcosa di più profondo: la consapevolezza di poter essere migliori di come già siamo e quindi felici. 

Nel compiere queste operazioni interiori “l'altro da noi” è essenziale perché la felicità è andata progressivamente prospettandosi come una funzione collettiva, anzi più specificatamente comunitaria: è nel comunicare e comunicarci agli altri che definiamo chi siamo e le nostre emozioni, nell'atto stesso della comunicazione c'è felicità. Felicità nello scambio. 
Tant' é vero che è possibile comunicare un fatto spiacevole (infelicità di merito) e sentirsi meglio (felicità di metodo). 
E' la pratica stessa della comunicazione che risulta felice per gli interlocutori che vogliono eseguirla. 



Felicità Contagiosa

scritto da Andrea Vitali 19/02/10 0 commenti



Una ricerca dimostra come la gioia passa di persona in persona
di ELENA DUSI (da Repubblica.it)

La felicità non riesce a stare sola. 
Traspare dagli occhi, trasuda nelle mani, vibra nel corpo e alla fine come un virus scappa e si trasmette a chi si trova accanto. E c'è un gruppo di scienziati che ha provato a disegnare una mappa del "contagio", chiedendo a 5mila individui, per ben vent'anni di seguito, quanto si sentissero felici, facendo il riscontro con mogli, fratelli, amici e vicini di casa. A furia di unire puntini colorati (le persone, ognuna con il suo punteggio del buon umore) si è formato sul tavolo dei ricercatori americani un disegno che sembra quello di una mano innervata da vasi sanguigni. Ogni pulsazione della felicità parte da un punto e si trasmette come un fluido lungo tutto l'organismo.

Non tutto è rose e fiori, ovviamente. Anche il contagio segue le sue regole, e gli autori della ricerca "La diffusione della felicità in un'ampia rete sociale di individui", pubblicata oggi sul British Medical Journal, ne hanno individuate alcune. La legge del contagio, per iniziare, non sembra funzionare fra colleghi.

Felicità Contagiosa: Il luogo di lavoro è come un cuscinetto che blocca il flusso di felicità da un individuo all'altro " spiegano James Fowler dell'università della California a San Diego e Nicolas Christakis dell'Harvard Medical School. I due (sociologo il primo, un medico specializzato nel rapporto fra umore e salute il secondo) sono gli autori di uno studio che ha scavato fra montagne di dati, interviste e fatti personali relativi a 5.124 persone negli Stati Uniti.

Nonostante il successo dei gruppi su Internet - è la seconda regola del contagio della felicità- le emozioni positive non sono capaci di viaggiare né in rete né via telefono. Come un virus vero e proprio, la felicità per trasmettersi ha bisogno del contatto fisico. E questo ci riporta un po' più indietro nella nostra scala evolutiva, ai tempi in cui la tecnologia delle comunicazioni non aveva ancora messo le ali. "Molte delle nostre emozioni si trasmettono attraverso i segnali del corpo, e il viso ha un ruolo principe in questo", spiega Pio Ricci Bitti, che insegna psicologia all'università di Bologna e ha studiato la comunicazione dei sentimenti tra gli uomini.

Felicità Contagiosa: Il Contagio. "Il contagio dipende probabilmente dal meccanismo dell'empatia e dei neuroni specchio. Quando osserviamo una persona manifestare un sentimento, nel nostro cervello si attivano le stesse aree che sono "accese" in quel momento nel cervello dell'interlocutore".

Felicità Contagiosa: Nell'ultimo decennio lo studio dei neuroni specchio - iniziato in Italia, a Parma, dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti - ha aiutato molto a spiegare come avviene la condivisione delle emozioni e come individui diversi possano entrare "in sintonia". I detrattori di questa teoria sostengono che il meccanismo dell'empatia (negli uomini come negli animali) scatti solo quando osserviamo un altro individuo muoversi. Ma se consideriamo i gesti che una persona compie con il viso e il resto del corpo quando è felice, non è difficile completare il salto dai movimenti del corpo alle emozioni della mente. "E non solo la gioia può trasmettersi in questo modo. Pensiamo alla commozione e al pianto, quanto rapidamente invadono un gruppo di persone riunite insieme", aggiunge Ricci Bitti.

Felicità Contagiosa: Commozione e felicità viaggiano veloci tra gli uomini. Non così avviene invece per la tristezza, che nella mappa dei ricercatori americani rimane confinata in piccoli bacini privi di emissari. A tutte le loro conclusioni, Fowler e Christakis hanno dato anche un riscontro numerico. Una persona che abbia un amico, parente o partner felice ha una probabilità di essere anch'egli soddisfatto più alta del 9 per cento rispetto alla media. Stare invece accanto a un individuo depresso fa aumentare l'umore grigio solo del 7 per cento. 
Ma Paolo Legrenzi, psicologo che insegna all'università Iuav di Venezia e per Il Mulino ha scritto "La felicità", trova un carattere molto americano in questo dato, che non necessariamente ha corrispondenza sul nostro versante dell'oceano.

"Oggi negli Stati Uniti la felicità ha un valore sociale positivo, mentre la tristezza non è vista di buon occhio. E questo porta gli individui depressi (ma magari sono solo malinconici) a isolarsi". Ecco che nello studio del British Medical Journal la tristezza diventa una macchia senza ramificazioni. "Ma se pensiamo alla Germania romantica dell'800, erano piuttosto gli allegroni a doversi nascondere per non fare la figura di individui superficiali e vuoti. In quel caso avremmo avuto dei risultati completamente capovolti.

Felicità Contagiosa: L'imperatore Adriano di Marguerite Yourcenar, nonostante il suo incedere malinconico, è felice per aver raggiunto maturità ed equilibrio. E noi in Italia siamo in una posizione di mezzo. Nelle nostre soap opera per esempio non incontriamo mai protagonisti davvero felici. Ci sono problemi, complicazioni. In questo siamo un po' più sofisticati degli statunitensi. Da noi i risultati di una ricerca sulla contagiosità della gioia darebbe risultati frastagliati".

In uno studio che è considerato il fratello minore di quello attuale e che fu pubblicato nel 1984, Fowler e Christakis misurarono che vincere 5mila dollari alla lotteria poteva aumentare le probabilità di essere molto felici del 2 per cento. Oggi dunque - sarà anche l'effetto della crisi - trovare un amico vale molto di più che trovare un tesoro. Una persona con cui si è in sintonia, se abita nel raggio di un chilometro e mezzo da casa propria, può innalzare le chance di gioia del 25 per cento. Un po' meno efficace, ma sempre più prezioso della lotteria, è il contributo del partner con cui si convive (più 8 per cento), mentre fratelli e sorelle (purché, come sempre, abbastanza vicini da poterci scambiare un'occhiata o un abbraccio) contribuiscono con il 14 per cento.

L'uso di una contabilità così minuziosa per misurare una sensazione impalpabile come la gioia può lasciare perplessi. Ma l'introduzione di indicatori numerici, oggettivi nei limiti del possibile, nella misurazione della felicità avvenne negli anni '70. Fowler e Christakis hanno pescato i loro dati da uno studio che era nato nel 1948 per misurare la salute cardiovascolare di un gruppo di persone (il Framingham Heart Study), e si è esteso nel corso dei decenni anche al rapporto fra cuore e buon umore. Nei questionari distribuiti ai 5mila volontari, comparivano domande come "Sei ottimista nei confronti del futuro" o "Sei felice" e "Ti senti più soddisfatto rispetto agli altri". "Tra individui dello stesso sesso - spiega Mario Bertini, professore di psicologia della salute alla Sapienza di Roma - la diffusione dell'emozione avviene molto più rapidamente che non fra individui di sesso opposto. E nello studio si vede anche un livello di reciprocità alto: chi dà gioia, spesso la restituisce".
Il contagio della felicità, hanno notato i ricercatori americani, non è limitato al contatto diretto ma riesce a penetrare fino a tre gradi di separazione.

L'amico dell'amico dell'amico di una persona sorridente, pur non sapendolo, è infatti più felice anche grazie a lei. "Qualcuno che non conosciamo e non abbiamo nemmeno mai incontrato" conferma Fowler "può influenzare il nostro buon umore più di cento banconote nelle nostre tasche. È incredibile quanto potere abbiano le persone che ci vivono accanto".

Leggi anche: Epidemica Felicità.

Epidemica Felicità!

scritto da Andrea Vitali 15/02/10 0 commenti



Autore: Luigi Boschi (clicca sul nome per aprire il link)



EPIDEMICA FELICITA'

Proprio come un virus, la sensazione si trasmette con il contatto. 
E la probabilità del contagio varia con la distanza fisica tra le persone.

La felicità è contagiosa e il contagio è inversamente proporzionale alla distanza - misurata in metri - tra le persone.

La relazione è matematica: se un nostro amico si sente felice, la probabilità di esserlo a nostra volta aumenta. Di quanto? Come per la probabilità di contagio delle malattie virali, si può fare una stima: del 42 per cento se vive a meno di un chilometro di distanza, del 22 per cento si trova a meno di tre. 

La dimostrazione del “teorema della felicità” è pubblicata sulla prestigiosa rivista British Medical Journal a firma di Nicholas Christakis della Medical School di Harvard e da James Fowler, sociologo dell’Università della California (San Diego). E anche volendo prendere i numeri con il beneficio del dubbio, l'esistenza della relazione salta agli occhi. I ricercatori hanno trasformato in un grafico il grado di felicità di oltre cinquemila persone tra i 21 e i 70 anni (rappresentati da puntini colorati) e la loro distanza fisica (rappresentata da linee). I partecipanti sono stati seguiti tenendo conto di alcuni elementi cruciali del loro contesto sociale, come le relazioni di parentela, amicizia e di lavoro.

Il grafico mostra che la felicità si comporta come un'epidemia, trasmettendosi tra le persone fisicamente più vicine. La relazione non vale infatti se la vicinanza è virtuale.
Altra eccezione è rappresentata dai colleghi di lavoro: “I risultati suggeriscono che il grado di felicità trasmesso da una persona e un'altra sia determinato dalla qualità delle interazioni sociali”. 
Un'ipotesi che potrebbe spiegare il meccanismo alla base del “contagio” chiama in causa i neuroni specchio, descritti per la prima volta nel 1996 dal gruppo di Giacomo Rizzolatti dell’Università di Parma.
Si tratta di particolari cellule nervose della corteccia ventrale premotoria che hanno un ruolo chiave sia nell'apprendimento dei movimenti per imitazione, sia nelle interazioni sociali, perché ci permettono di provare empatia e di interpretare le azioni altrui .

Leggi anche: Felicità Contagiosa.


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